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Cambiamenti climatici - Mitigazione e adattamento

Mitigazione

Come si può notare dal grafico, la cui fonte è proprio il IV Report IPCC, vi è una stretta correlazione tra cambiamenti climatici, sviluppo socio-economico, emissioni di gas serra, impatti e  vulnerabilità nei vari settori. Le interazioni agiscono secondo un doppio binario, ovvero generano una sorta di effetto a catena, per cui risulta fondamentale comprendere e determinare con precisione tali interazioni per riuscire a mettere in campo appropriate strategie preventive per la riduzione degli impatti legati al Climate Change, che si traducono in politiche di mitigazione e politiche di adattamento.

Con “mitigazione” si intendono tutti quegli interventi atti a ridurre le emissioni di gas serra in modo da stabilizzare la concentrazione dei medesimi gas in atmosfera attorno a valori che consentano di contenere l’aumento di temperatura entro limiti “sostenibili” o comunque al di sotto dei trend previsti.

Secondo il rapporto IPCC, vi sono attualmente tecnologie e pratiche di mitigazione differenti applicabili in diversi settore: la produzione di energia, i trasporti, le costruzioni, l’industria, l’agricoltura, la sivicoltura/foreste, i rifiuti, che comprendono:

- disincentivi fiscali sui combustibili a maggiore impatto ambientale ed incentivi alle fonti energetiche rinnovabili, come l’energia eolica o  solare, che libererebbero molti paesi dalla dipendenza del petrolio estero e migliorerebbero la qualità dell’aria;

- la promozione della cogenerazione elettricità-calore e la diffusione del teleriscaldamento;

- il passaggio dal trasporto privato a quello pubblico;

- l’aumento dell’efficienza energetica dei motori per autoveicoli e nell’edilizia, che permetterebbe di percorrere maggiori distanze o produrre maggiore lavoro con un consumo minore o pari all’attuale del carburante;

- l’imposizione di standard all’industria per diminuire l’intensità energetica dei prodotti;

- lo sviluppo di politiche agricole a favore dei biocombustibili;

- l’incremento della forestazione e la piantumazione di alberi in città, per favorire l’assorbimento e lo stoccaggio del carbonio, pratica quest’ultima che contemporaneamente trasformerebbe le città luoghi più piacevoli offrendo un habitat alla fauna selvatica;

- la gestione di rifiuti urbani per minimizzare l’emissione di gas serra da discariche ed inceneritori e recuperare energia.

 

Nella tabella di seguito sono sintetizzate alcune delle tecnologie attualmente disponibili, divise per settori, atte ad ottenere effetti di mitigazione.

 

 

Adattamento

Per “adattamento” si intende l’adeguamento da parte dei sistemi naturali o umani in risposta alle attuali o future sollecitazioni dovute ai cambiamenti climatici ed ai loro effetti, che consente, da una parte, di contenere ed attenuare i potenziali danni, dall’altra, di sfruttare eventuali opportunità. Comprende, quindi, tutti gli interventi preventivi messi in opera per attenuare gli impatti legati ai cambiamenti climatici in corso e comunque inevitabili..

Sono esempi di interventi di adattamento: le protezioni idrauliche in difesa delle coste (come quelle in corso di realizzazione in Olanda o in Italia a Venezia), la gestione delle risorse idriche, la prevenzione degli effetti sanitari delle ondate di calore, la diversificazione dell’offerta turistica, l’implementazione di un sistema di monitoraggio e allerta contro gli eventi meteorologici estremi ed il potenziamento della protezione civile, ecc.

Nelle misure di adattamento, così come afferma il Libro Bianco della Commissione Europea sull’adattamento ai cambiamenti climatici,  esistono  delle priorità: infatti, esiste tutta una serie di misure di adattamento che devono essere intraprese perché danno risultati nel breve termine a prescindere dalle incertezze delle previsioni (le cosiddette misure no- regret) oppure perché sono positive sia ai fini della mitigazione che dell'adattamento (le cosiddette misure win-win):

  • evitare lo sviluppo e la costruzione di infrastrutture in zone ad alto rischio (come pianure alluvionali o soggette a carenze idriche) in fase di installazione o rilocalizzazione:
  • progettare le infrastrutture e gli edifici in modo da ridurre al minimo il consumo di acqua e di energia e migliorare la capacità di trattenere l'acqua e la capacità di raffreddamento nelle zone urbane;
  • procedere ad una gestione costiera e delle alluvioni che preveda la creazione o la ricostituzione di pianure alluvionali o paludi salmastre, che aumentano la capacità di gestione delle alluvioni e dell'innalzamento del livello dei mari e contribuiscono alla realizzazione degli obiettivi in materia di biodiversità e conservazione degli habitat;
  • migliorare la preparazione e i piani di emergenza per far fronte ai rischi (compresi quelli dovuti al clima).

 

Come possiamo notare, le azioni di mitigazione e di adattamento sono tra loro complementari e non alternative. In taluni casi possono sovrapporsi ed avere un’azione sinergica. Ad esempio, alcuni interventi nella gestione del suolo, come la piantumazione di alberi, agiscono sia come interventi di adattamento per evitare l’erosione di suolo, che come interventi di mitigazione (forestazione). Un altro esempio è dato dal risparmio idrico (intervento di adattamento) che si traduce anche in un risparmio di energia (intervento di mitigazione). In un certo senso, lo stesso risparmio energetico, così come la diversificazione energetica, rappresentano interventi di adattamento oltre che di mitigazione.

I benefici economici derivanti dagli interventi di mitigazione e di adattamento superano di gran lunga i rispettivi costi, e consentono di ridurre in modo considerevole i costi complessivi di riparazione dei danni provocati dai cambiamenti climatici.

Per esempio, sostituire il gas naturale al carbone e promuovere l’efficienza energetica nelle abitazioni e nelle industrie, così come hanno deciso di fare in molti paesi come Gran Bretagna e Germania, procura vantaggi e benefici anche indipendentemente dall’obiettivo di riduzione prefissato, in quanto tali provvedimenti fanno risparmiare denaro e risorse e hanno comunque dei benefici ambientali. Paesi come la Danimarca, per esempio, stanno optando per fonti energetiche rinnovabili, come quella eolica.

L’uso dell’energia nucleare merita un discorso particolare, in quanto se è vero che le centrali nucleotermoelettriche non producono gas serra durante il loro normale funzionamento, è altrettanto vero che lo producono durante l’estrazione, il trattamento ed il trasporto dei combustibili nucleari nelle centrali, la loro costruzione e il trattamento dei rifiuti radioattivi.

Inoltre, esistono molti modi per catturare ed immagazzinare CO2, come la piantumazione di alberi, tecnica efficace se gli alberi maturano fino a divenire foresta primaria, o se vengono utilizzati per essere trasformati in prodotti non riciclabili o da bruciare in breve tempo come intelaiature  di porte e finestre. Anche in agricoltura, come si nota nella tabella, possono essere adottate tecniche che trasformino le terre in pozzi di carbonio: l’avvicendamento delle colture e l’aratura minima ad esempio, che consiste nel seminare il terreno senza ararlo o arandolo superficialmente, così da mantenere il carbonio nel suolo.

Ancora, un altro modalità di immagazzinamento di CO2 è quella che si ottiene iniettando il carbonio in strati di rocce sotterranee o in acque oceaniche profonde, oppure incrementando la crescita di fitoplancton nell’oceano. Ma tutte queste pratiche non hanno un consenso generale, in quanto molti scienziati guardano agli effetti a lungo termine che potrebbero avere.

Ad esempio, per quanto riguarda il carbonio fissato alla crescita del fitoplancton, innanzitutto è da dire che nel 2000 fu verificata l’ipotesi che la crescita del fitoplancton fosse ostacolata dalla mancanza di ferro. Si appurò questo, dopo un ipotesi dell’oceanografo John H. Martin, perché furono sparse 3,5 tonnellate di ferro in soluzione su 75 km2 di superficie nell’Oceano Pacifico Meridionale e dal monitoraggio superficiale emerse un aumento pari a 10 volte della concentrazione di clorofilla su una superficie di 1700 km2, che si calcolò avesse sottratto parecchie migliaia di tonnellate di CO2 dall’aria. Ma gli ecologi sono guardinghi su questa pratica: il carbonio fissato dalla crescita del fitoplancton che fine farà? Sarà immagazzinato nei sedimenti, oppure consumato dai predatori e restituito all’atmosfera? Inoltre, le alghe morenti potrebbero creare una zona anossica capace di devastare le reti alimentari oceaniche.

Tra i gas serra, il CO2 sui mantiene nell’atmosfera per circa 120 anni, ecco perché l’attenzione è soprattutto concentrato su d esso. Ma anche diminuire le concentrazioni di metano ed altri gas, grandi assorbitori di calore, ma che si disperdono prima rispetto all’anidride carbonica, potrebbe dare grandi effetti, così come intervenire sulla quantità delle particelle nere di fuliggine aerodisperse che assorbono l’ultravioletto e la luce convertendoli in energia termica. Quindi, sarebbe proficuo ridurre le fughe dei metanodotti e risparmiare sulla quantità di questa risorsa, come pure raccogliere ed utilizzare il metano emesso dalle discariche dei rifiuti solidi urbani, dai pozzi petroliferi e dalle miniere di carbone fossile per generare energia elettrica, invece che disperderlo semplicemente nell’aria. Ancora, migliorare le tecniche di fertilizzazione ed i piani di allagamento delle risaie, fonte importante di metano, per evitare l’anossia che produce metano (gas di palude), ed ancora, modificare le diete dei ruminanti (bovini, cammelli, bufali), che fisiologicamente generano tramite flautulenze ed eruttazioni grandi quantità di gas intestinali.

Per quanto riguarda la fuliggine, ridurne le emissioni dai motori diesel, dalle centrali termoelettriche a carbone fossile, dagli incendi forestali e dalle stufe a legno, potrebbe portare a grandi risultati e ridurre del 40%, nel giro di 3/5 anni, il riscaldamento globale, oltre a recare benefici alla salute umana.

Cosa è importante dire: innanzitutto che tutti gli individui possono contribuire a ridurre il riscaldamento globale, con azioni che da sole hanno un piccolo impatto, ma che si sommano a quello di altre, che permettono di risparmiare denaro nel lungo periodo, ma che contemporaneamente procurano altri benefici ambientali, come la riduzione dell’inquinamento e del consumo di risorse. Concentrarsi su questi effetti è importante, tanto quanto il concentrarsi sugli effetti più gravi e disastrosi del cambiamento climatico.

Guardate qui sotto per capire cosa ognuno di noi può iniziare a fare con la collaborazione della propria famiglia per ridurre, nel suo piccolo, le emissioni di carbonio, ma, nel contempo, porre in essere azioni che si ripercuotano positivamente sulla salute nostra e del nostro ambiente:

• utilizzare meno l’automobile, andare a piedi o in bicicletta, usare i mezzi di trasporto pubblici, adottare il carpooling (ovvero recarsi sul luogo di lavoro usando in più persone un’unica automobile, a rotazione), acquistare veicoli capaci di percorrere almeno 13 km con un litro di benzina (così facendo si avrebbe una riduzione annuale media di circa 2,40 kg di CO2 per ogni litro di benzina risparmiato). Muovendosi completamente a piedi, si risparmierebbero in media 5,45 tonnellate all’anno di CO2

• piantare alberi per ombreggiare la casa in estate e dipingerla con un colore chiaro, se si vive in un clima caldo, o scuro, se si vive in un clima freddo. Riduzione media annuale di circa 2,2 tonnellate di CO2

• isolare termicamente la casa e sigillare gli spifferi. Circa 2,2 tonnellate di CO2 l’anno in media risparmiate

• sostituire i vecchi elettrodomestici con modelli nuovi ad alto rendimento energetico. Per  un frigo più efficiente riduzione annuale media di circa 1,4 tonnellate di CO2

• produrre meno rifiuti, ad esempio acquistando merci con imballaggi minimi  e prodotti riutilizzabili, riciclare. Riduzione del 25% dei rifiuti solidi urbani

• abbassare il termostato in inverno ed alzarlo in estate. Riduzione media annuale di circa 0,23  tonnellate di CO2 per ogni variazione di 1 °C della temperatura ambiente.

• sostituire le lampade elettriche ordinarie con lampade fluorescenti di lunga durata e basso consumo di energia elettrica a parità di prestazioni luminose. Riduzione media annuale di circa 0,23 tonnellate di CO2 per ogni lampada elettrica sostituita

• lavare i panni in acqua tiepida o fredda, non calda. Riduzione media annuale di circa 0,23  tonnellate di CO2  per ogni due carichi settimanali della lavatrice

• impostare il termostato dello scalda acqua ad una temperatura non superiore a 50 °C. Riduzione media annuale di circa 0,23  tonnellate di CO2  per ogni riduzione di 5 °C della temperatura

• se possibile, acquistare energia rinnovabile dall’azienda elettrica locale. Riduzione potenziale annuale di circa 13,5  tonnellate di CO

 

Buco nell’ozono

Oggi la deplezione dello strato di ozono (osservata a partire dagli anni Settanta del Novecento da alcuni ricercatori che rilevarono un allarmante incremento nel naturale assottigliamento stagionale dello strato di ozono, periodicamente osservabile al di sopra del continente antartico nei mesi di settembre e ottobre, la cosiddetta “primavera australe) sta assumendo dimensioni sempre più ampie, come confermato dai rilevamenti eseguiti con palloni aerostatici e satelliti meteorologici. La concentrazione complessiva dell'ozono nell'ozonosfera è in costante diminuzione non solo al di sopra del continente antartico, ma anche in corrispondenza delle regioni artiche. Quali responsabili dell’alterazione della molecola dell’ozono sono stati ritenuti i clorofluorocarburi o CFC (ampiamente impiegati come propellenti nelle bombolette spray, come fluidi refrigeranti nei frigoriferi e come agenti schiumogeni) e un gruppo di altre sostanze chiamate genericamente ODS (Ozone-Depleting Substances). Tra queste vi sono: gli HCFC (idroclorofluorocarburi); i cosiddetti halons (composti estinguenti come il bromoclorodifluorometano, bromotrifluorometano, dibromotetrafluoroetano); il metilbromuro; il tetracloruro di carbonio; il metilcloroformio. Queste molecole complesse sono in grado di raggiungere l'ozonosfera e di decomporre le molecole di ozono. Sotto l'azione dei raggi ultravioletti, infatti, le molecole dei CFC si decompongono in atomi di cloro e in altri derivati clorurati, che, a loro volta, reagiscono con l'ozono e lo convertono in ossigeno biatomico, liberando monossido di cloro che va a degradare altre molecole di ozono. Gli ODS sono molto stabili nella troposfera e si degradano solo per effetto degli intensi UV della stratosfera.