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Cambiamenti climatici - Evoluzione recente del clima sulla Terra

Anche negli ultimi 5000 anni della nostra storia il clima ha subito importanti cambiamenti. Proviamo a leggere alcuni eventi rilevanti, facenti parte del nostro patrimonio storico, alla luce del fattore climatico, partendo dal presupposto che si tratta di storie ed eventi affascinanti, con prove scientifiche alla spalle, che possiamo ricostruire in molti dei loro aspetti, ma che non possono godere del requisito della certezza assoluta. La nostra, per certi aspetti, è una sorta di teoria, di ricostruzione sulla base di alcune ipotesi di partenza.

La  nostra era calda, l’Olocene, giunta dopo l’ultima glaciazione, è risalente a circa 12.000 anni fa.

In Scandinavia, dove fino a poche migliaia di anni prima il ghiaccio aveva ricoperto le terre, cominciarono a crescere le foreste e l’uomo rinunciò gradualmente a svolgere la vita di cacciatore nomade. Scenario di questo evento fu anche il Medio Oriente, dove le condizioni ambientali divennero paradisiache: clima mite, terre fertili, precipitazioni sufficienti. Probabilmente potrebbe essere questa l’epoca che la Bibbia ricorda come quella del giardino dell’Eden. Le stalagmiti nelle grotte sono affidabili cronisti delle vicende meteorologiche. Dalla loro struttura si possono dedurre, con buona precisione, la quantità delle precipitazioni in una regione. Così sappiamo, per esempio, che in quel periodo, la penisola arabica fu bagnata da abbondanti piogge. L’Olocene non fu, però, sempre un paradiso. Le variazioni tra periodi caldi e freddi non furono eccessive, così come si vede nel grafico non furono paragonabili a quelle delle migliaia di anni precedenti, ma già piccole variazioni erano sufficienti a causare modificazioni ambientali e ad influenzare per molti aspetti lo sviluppo di dinastie e di regni.

Molti cambiamenti si verificarono, infatti, a carattere regionale. Circa 5.500 anni fa, il Sahara si trasformò in un deserto, così come anche la Mesopotamia, insieme ad ampie zone della penisola arabica.

D’altra parte, i popoli mediterranei vivevano in un clima privilegiato. Si parla, infatti, di optimum climatico post-glaciale. I naturalisti hanno fornito delle prove quanto mai convincenti, come ad esempio i resti di animali (molluschi) e vegetali di quel periodo, appartenenti a specie che denotano temperature medie dell’aria e del mare superiori anche a 3-4°C rispetto alle attuali. In tutta l’Eurasia le fasce di vegetazione come latifoglie e conifere si erano spostate verso il polo, la quercia ed il nocciolo erano penetrate in Scandinavia e nelle pianure canadesi il limite polare del bosco si era spostato di 200 km rispetto all’attuale. Le temperature invernali in tutta l’Europa temperata erano piuttosto simili a quelle attuali, anche se le acque dei mari erano ancora fredde a causa del lento rimescolamento oceanico. Crebbe anche il livello del mare di circa 3-4 metri, ragion per cui alcune zone costiere più esterne e basse erano invase dal mare. La superficie minima dei ghiacciai, comunque, raggiunse il suo culmine tra il 2000 ed il 1500 a.C, cioè dopo il punto culminante del periodo caldo.

Ma dopo il 2000 a.C si verificò un nuovo mutamento, la temperatura diminuì nuovamente, i ghiacci nell’Europa centro-settentrionale e nei grandi sistemi montuosi avanzarono e vi fu un aumento della piovosità nel Mediterraneo e nel vicino Oriente. Ancora una volta le ricerche dei botanici e gli scavi archeologici ci hanno dato prove di questo, come lo studiato regresso della vegetazione in Norvegia ed in Scozia e l’abbandono dagli stanziamenti umani delle coste di Gran Bretagna e Scandinavia più esposte ai venti freddi dell’oceano. Nuovamente, però fra il 1400 ed il 1200 la temperatura ricominciò a salire. Nel primo millennio a.C. si instaurano le grandi civiltà: dapprima quella greca, successivamente quella romana.

Si fa risalire al 753 a.C., infatti, la nascita di un piccolo villaggio di pastori sulle rive del Tevere, che diverrà la grande Roma: siamo nel periodo del primo millennio a.C., quando la civiltà greca si era già affermata più ad oriente. Dal punto di vista climatico lo sviluppo di Roma fu caratterizzato dalla tendenza graduale ad un aumento della temperatura, culminata nel III secolo d.C.

Forse non è un caso che i romani poterono espandere il loro impero verso nord, anche grazie ad un clima meno rigido e più favorevole. Secondo la tradizione e la storia, amavano il vino e conquistarono preferibilmente quelle terre che consentivano la viticoltura, riuscendo ad impiantare vigneti anche in Inghilterra.

Un effetto del riscaldamento del clima fu una nuova regressione dei ghiacciai, nel pieno dello sviluppo della civiltà romana,  tanto che nel 218 a.C., durante la seconda guerra punica, l'esercito cartaginese di Annibale potè, anche se con grossi problemi, attraversare le Alpi giungendo in Italia dalla Spagna per poter sconfiggere l’esercito romano (Cartagine, fra le tante colonie fondate dai fenici sulle coste settentrionali africane, aveva conseguito il più alto livello di civiltà ed organizzazione politico-sociale, ed era divenuta una temibile rivale di Roma per i traffici nel Mediterraneo). Come si nota nel grafico, la temperatura media in questi secoli era superiore anche a quella odierna. Annibale aggredì Sagunto, in Spagna, città alleata di Roma, per poter provocare un conflitto. Il console Scipione fu inviato in Spagna per fermare Annibale, ma questo lo evitò e riuscì a penetrare ugualmente in Italia, con il suo numerosissimo esercito. Il fronte dei ghiacciai alpini era notevolmente più arretrato rispetto alla situazione attuale, ciò probabilmente consentì ai cartaginesi di giungere in Italia non attraverso il mare, ma attraverso i valichi alpini, nonostante l’impresa fosse ardua. Nonostante questo, e nonostante diverse sconfitte (sui fiumi Trebbio e Ticino, presso il lago Trasimeno, infine presso Canne) Roma ebbe la meglio ed espugnò Siracusa, Capua e Cartagena in Spagna, fino alla definitiva sconfitta di Annibale, a Zama nel 202 a.C. Questo è solo un esempio di come il clima abbia potuto influenzare alcune rilevanti vicende storiche: così come il clima riscaldato aveva aiutato lo sviluppo della civiltà romana, probabilmente, per una serie di eventi, lo stesso fattore potè essere d’aiuto anche per i suoi nemici, in questo caso Annibale. Nei libri di storia leggiamo che Annibale valicò le Alpi non solo con fanti e cavalieri, ma addirittura con degli Elefanti, animale tipicamente abituato a climi caldi.

Sempre rispetto alla civiltà ed alla storia romana, si sono fatte diverse  ipotesi anche sul suo crollo: da quelle che vanno da un’implosione interna provocata dall’eccessiva crescita dell’impero, che non permetteva più di controllare le frontiere (cosa che avrebbe favorito l’avanzata dei popoli provenienti dall’Europa centrale e orientale), fino alla crisi economica, dovuta ad un tracollo del sistema fiscale e finanziario, che avrebbe indebolito lo stato romano fino al tracollo militare di fronte alla travolgente avanzata delle "orde barbariche".

Proviamo a riflettere su queste ipotesi: sappiamo che le popolazioni del nord erano già presenti in modo massiccio all’epoca di Augusto e dei primi imperatori, tra il 23 a.C ed il 50 d.C. Infatti, già nei primi due secoli dell’impero la cronaca storica ci parla di incursioni romane al di là della linea di frontiera, per mantenere inalterato il controllo dei territori conquistati. Inoltre, la strategia politico-militare dei romani, che tendevano a "comprare" il consenso dei capitribù, spinti a lottare tra di loro, garantiva una supremazia che non avrebbe mai messo seriamente in pericolo Roma. Aggiungiamo che la potenza militare di Roma insieme alla preparazione delle sue truppe era tale che difficilmente i popoli nordici l’avrebbero potuta scalfire. Se ci poniamo nel senso di questa logica, evidentemente, occorre riflettere sul fatto che le invasioni barbariche possano essere non la causa, ma una possibile conseguenza del crollo dell’impero romano. Ma allora, cosa potrebbe essere accaduto?

Nei primi secoli dell’era cristiana il clima, in Europa e nel bacino del Mediterraneo, era divenuto meno umido e più secco, anche se tale mutamento, forse, fu lieve e non interessò tutto il continente. A seguito di queste variazioni climatiche, certe zone, produttrici di derrate alimentari importanti per sfamare la popolazione, presumibilmente, furono interessate da forti carestie che incisero fortemente sull’economia agricola dell’epoca. In tal senso, si potrebbe valutare anche il fatto che, a seguito di improvvise crisi economiche, si possano essere verificati degli aumenti dei prezzi delle derrate alimentari, delle materie prime, con effetti notevoli anche sul costo della gestione finanziaria dello stato romano.

L’esistenza di una crisi inflazionistica, anche se diluita nel tempo, sembra essere reale, perché la disponibilità di risorse di metalli preziosi cominciò a ridursi col passare del tempo, al punto che tra il I e il IV secolo d.C le autorità romane modificarono la composizione delle leghe metalliche con cui coniavano le monete, riducendo sensibilmente la consistenza di argento. In questo contesto socio-economico, considerata la storia politica degli ultimi due secoli dell’impero, si possono fare alcune considerazioni sul progressivo indebolimento dello Stato romano, che alla fine si stremò a tal punto da esplodere ed essere soggetto al crollo politico-militare, anche di fronte alle invasioni barbariche.

La pressione dei Barbari alle frontiere, rappresenta un segnale notevole dell’importante ipotesi secondo cui alcuni mutamenti climatici nei primi secoli dell’impero ebbero degli effetti devastanti sulle popolazioni locali, che furono spinte ad emigrare in massa verso l’Europa meridionale, nella speranza di trovare territori che permettessero una vita migliore, anche in considerazione del fatto che nelle popolazioni vi era stata una crescita massiccia dovuta al precedente miglioramento climatico. I mutamenti climatici successivi, invece, con un maggiore irrigidimento del clima nell’Europa settentrionale ed orientale, avrebbero raggiunto il loro culmine tra il V e il VI secolo d.C., proprio nell’epoca del crollo dell’impero romano. Nella stessa epoca, popolazioni provenienti dalla Sassonia (Germania centrale) si spinsero verso l’Inghilterra, a riprova che vi fu una vera e propria crisi che non coinvolse più soltanto territori romani, ma anche zone non più sotto il controllo romano, e a dimostrazione che tale crisi non fu legata alla volontà politica di annientare l’impero romano, ma a cause di forza maggiore, cioè a spinte esterne indipendenti dai fattori geopolitici.

La tenuta dell’impero romano d’oriente dipese da fattori di forza intrinseci a tale dominazione che permisero alla stessa di resistere a sconvolgimenti epocali e, almeno parzialmente, all’avanzata dell’Islam fino al medioevo.

L’ipotesi più diffusa sul crollo dell’impero romano, che leggiamo più spesso sui manuali, è quella di una serie di concause che lo determinarono. Vi è uno studio dell´università del Wisconsin, condotto da geologi statunitensi e israeliani, che sembrerebbe ricondurre la fine del grande impero a cambiamenti climatici sfavorevoli. I ricercatori hanno analizzato la composizione chimica di una stalagmite proveniente da una caverna vicino Gerusalemme e sono riusciti a ricostruire le condizioni climatiche della zona tra il 200 a.C. ed il 1100 d.C. Dalle analisi risulterebbe che la parte orientale del Mare Nostrum avrebbe attraversato un periodo di forte siccità tra il 100 e il 700 d.C. John Valley, geologo dell'università del Wisconsin ha dichiarato: "Se questo sia il fattore che ha indebolito l'impero non è chiaro, ma si tratta di una correlazione molto interessante".

La spiegazione ha lasciato molti perplessi, ma la ricerca va avanti e potrebbe offrire nuove prove e nuovi spunti di ulteriore ricerca.

Anche dopo il periodo preso in considerazione, il clima continuò ad oscillare, tra periodi caldo aridi e periodi freddo umidi, come possiamo vedere nella tabella qui sotto.

La storia del clima degli scorsi milioni di anni, degli scorsi millenni e delle scorse centinaia di anni ci serve per mettere in evidenza come i cambiamenti climatici abbiamo attraversato tutta la storia del nostro pianeta, ma anche per sollevare ancora una volta una riflessione: le condizioni climatiche che oggi viviamo sono già state presenti in altre epoche storiche, ma, mentre nel passato sia lontanissimo che più recente si sono instaurate e sono variate in un range di migliaia o centinaia di anni,  quelle odierne stanno variando nel corso di poche decine d’anni. Ciò non solo mette sotto accusa l’uomo in quanto responsabile in gran parte del riscaldamento globale con il suo stile di vita e di produzione, ma, soprattutto, mette a dura prova il mondo che l’uomo stesso ha costruito, con le infrastrutture necessarie alla vita odierna messe a dura prova dai cambiamenti in atto. Tutto ciò, oltre a provocare alcuni cambiamenti sostanziali che si stanno producendo nell’intera biosfera, come ad esempio sui cicli biologici degli organismi, sugli areali di distribuzione delle specie e così via come vedremo. Inoltre, oggi lo sfruttamento delle risorse, pari a circa il 30% di tutto quello che la biosfera produce, è tale che ogni variazione del clima che rischia di ridurre la disponibilità delle risorse stesse, così come è già avvenuto nel passato, rischia anche di mettere in crisi la stabilità della specie umana.

Dobbiamo prendere atto, quindi, del fatto che ci sia oramai un accordo scientifico generale sul fatto che si stia verificando da alcuni decenni un cambiamento climatico globale indotto dalle attività antropiche (secondo alcune opinioni, in effetti, sarebbe appropriato parlare di alterazione climatica globale). Questo costituisce sicuramente, per eccellenza,  il problema ambientale dei nostri tempi. La possibilità che l’uomo possa alterare il clima globale non è un’idea nuova, ma già dal 1895 il chimico e fisico svedese Svante August Arrhenius, premio nobel per la chimica nel 1903, previde che il CO2 rilasciato dalla combustione del carbone fossile, avrebbe potuto causare un riscaldamento planetario. I suoi contemporanei rifiutarono tali teorie, ma oggi le sue ricerche risultano alquanto preveggenti.

Infatti, secondo gli studi attuali riportati dall’IPCC, condotti su vaste coperture geografiche, il riscaldamento del sistema climatico è oramai inequivocabile, come evidenziano i dati provenienti dalle osservazioni sull’aumento delle temperature medie globali dell’aria e delle temperature degli oceani, sullo scioglimento diffuso di neve e ghiaccio, sull’innalzamento del livello medio globale del mare.  Studi definiti di “attribution”, hanno stabilito che vi sono contributi antropogenici alle variazioni individuate nelle temperature del suolo terrestre e dell’atmosfera, nelle variazioni delle temperature degli oceani fino a 3000 m di profondità e nell’innalzamento del livello del mare. Infatti, la struttura osservata del riscaldamento della troposfera e del raffreddamento della stratosfera è molto probabilmente dovuta (secondo la terminologia utilizzata dal IV rapporto IPCC, che si sostanzia in una sicurezza maggiore rispetto al passato) all’influenza combinata tra l’aumento dei gas serra derivanti da attività umane e l’assottigliamento dello strato di ozono stratosferico.